Sono a disposizione a prendere ogni stimolo per qualche parola che va salvata

Buongiorno

21.03.2026

C'è una parola italiana minuscola, innocente, quasi trasparente, che sulla carta dovrebbe funzionare come un piccolo gesto di civiltà. Una carezza verbale. Un colpetto gentile sulla spalla del mondo. E invece, nella pratica quotidiana, è diventata un test psicologico, un referendum sull'umanità, una moneta relazionale che alcuni distribuiscono con larghezza e altri custodiscono come se stessero proteggendo lingotti in Svizzera.

La parola è: "Buongiorno."

Partiamo, come sempre, dal dizionario, perché ogni tragedia italiana comincia meglio se introdotta da un'autorità lessicale.

Secondo Treccani, buongiorno è una formula di saluto e d'augurio che si usa durante la mattinata, sia quando ci si incontra sia quando ci si accomiata. Come sostantivo, indica anche l'atto stesso del salutare. E Treccani registra pure un uso ironico, nel celebre "questo è il buongiorno!", quando qualcuno comincia la giornata brontolando, rimproverando o seminando elettricità negativa appena alzato.

E già qui c'è materiale prezioso.

Perché il dizionario ci dice che "buongiorno" nasce come augurio. Cioè, letteralmente, io ti incontro e ti auguro che la tua giornata sia buona. Un gesto nobile, semplice, quasi commovente. Una forma minima di alleanza tra esseri umani. Tipo: siamo tutti vivi, siamo in piedi, il caffè forse farà effetto, proviamoci insieme.

Poi però questa parola esce dal dizionario, entra nella vita vera, prende l'ascensore, va in ufficio, entra in un negozio, passa dal portone del condominio, e lì comincia il massacro.

Perché nella realtà "buongiorno" non è solo un saluto. È un radiotest sociale.

Tu entri in un posto, dici "buongiorno", e in quel preciso istante stai lanciando una lenza nella palude dell'animo umano. Se ti rispondono, c'è ancora speranza. Se non ti rispondono, hai appena avuto una diagnosi.

Il caso più affascinante è l'ascensore.

L'ascensore è il laboratorio chimico della civiltà contemporanea. Uno spazio stretto, pochi piani, nessuna via di fuga, e due o tre esseri umani che decidono ogni mattina se comportarsi da cittadini o da statue. Tu entri. Fai quello che la lingua italiana ti mette a disposizione da secoli. Dici: "Buongiorno".

Silenzio.

Non un cenno. Non un mezzo sorriso. Non un grugnito evoluto. Niente.

A quel punto l'ascensore non sale più. Processa il vuoto morale.

E tu resti lì, tra il secondo e il terzo piano, con la sensazione di aver chiesto un prestito, una firma dal notaio o un rene compatibile. Quando in realtà avevi solo pronunciato nove lettere. Gratis. Senza IVA. Senza allegati.

La cosa straordinaria è che il "buongiorno" è una delle pochissime forme di gentilezza totalmente accessibili. Non richiede talento, ricchezza, cultura, addominali, competenze digitali, né una password. Eppure c'è gente che lo eroga con una parsimonia feudale. Lo tiene chiuso in cassaforte. Lo concede solo a chi ritiene degno. Una specie di nobiltà del saluto.

Ci sono persone che il buongiorno lo dicono solo in orizzontale, mai in verticale.

Mi spiego.

Al superiore: "Buongiornoooo!"
Al collega utile: "Buongiorno!"
Al vicino influente: "Ma buongiorno, carissimo!"
Alla cassiera, al portiere, al rider, al tizio che pulisce le scale: evaporazione immediata della lingua.

In pratica non salutano. Investono.

Poi esiste la categoria opposta: quelli che rispondono al buongiorno con un tono talmente stanco, freddo, esausto, che sembrano volerlo trasformare in una denuncia.

Tu dici: "Buongiorno!"
E loro: "Giorno."

"Giorno" è il buongiorno a cui è stata tolta la fiducia nel futuro. Una parola mutilata, abbreviata, dimagrita dal rancore. Non augura niente. Constata che il giorno, purtroppo, c'è.

Ancora più interessante è il "buongiorno" usato come arma passivo-aggressiva.

Perché in Italia non ci basta salutare. Noi possiamo salutare giudicando.

Quel "buongiorno" secco, affilato, detto da chi sta comunicando:
"Ti sto salutando perché sono una persona educata, ma sappi che ho già archiviato tre cose che non mi sono piaciute di te."

È un saluto con allegata perizia.

E che dire del negozio?

Tu entri. Dici "buongiorno" con il tono di chi riconosce l'esistenza altrui. Dall'altra parte trovi due possibilità.

La prima è la normalità civile: "Buongiorno, dica pure."

La seconda è il deserto.

La persona ti guarda come se tu avessi interrotto un importante convegno internazionale sul nulla. Ti osserva con l'espressione di chi pensa: "Ecco. Un cliente. Adesso pretende perfino che io faccia il mio lavoro."

E lì capisci che il buongiorno, in certi ambienti, non è considerato un saluto. È una provocazione.

Però la variante più bella in assoluto resta quella domestica. Il buongiorno in famiglia.

Treccani ricorda l'uso ironico di "questo è il buongiorno!" quando qualcuno comincia la giornata brontolando. È perfetto, perché in molte case italiane il buongiorno non apre la giornata: la commenta con delusione.

Ci sono mattine in cui il primo buongiorno in casa non ha niente dell'augurio. È un sopralluogo emotivo.

"Buongiorno."

Che significa:
"Ho già capito che aria tira."
Oppure:
"Ti saluto, ma resto contrario a tutto."
Oppure ancora:
"Parlo piano perché non ho ancora deciso se affrontare il mondo o denunciarlo."

In fondo il punto è questo: buongiorno è una parola piccola, ma rivela subito con chi abbiamo a che fare.

Perché salutare qualcuno significa riconoscerlo. Dirgli: ti ho visto, esisti, non sei un ostacolo scenografico nel mio tragitto verso il caffè. È un gesto minimo, ma dentro ha qualcosa di profondamente umano.

E infatti proprio per questo tanti lo evitano.

Perché essere gentili, anche per un secondo, è compromettersi con la civiltà. È uscire dal proprio bozzolo di fretta, nervosismo, superiorità, distrazione cronica. È ammettere che attorno a noi non ci sono comparse mute, ma altre persone.

E questo, per alcuni, è già troppo.

Perciò io diffido di chi non dice buongiorno. Non perché pretenda entusiasmo, trombe angeliche o cori alpini alle 8:12 del mattino. Ma perché il buongiorno è il livello base dell'umano funzionante. È il sistema operativo. È il "ci sono, tu ci sei, facciamo finta di essere una società".

Non serve molto. Basta la voce. Basta mezzo secondo. Basta non comportarsi come una serranda.

Quindi no, non sto chiedendo fuochi d'artificio. Non voglio una standing ovation all'ingresso del panificio. Mi accontento di questa piccola prova che la specie non ha mollato del tutto.

Un saluto. Un cenno. Un minimo sindacale di luce.

Perché se persino il buongiorno diventa facoltativo, allora non siamo persone di cattivo umore. Siamo arredamento ostile.

E allora sì, concedetemelo: a chi entra in ascensore muto, a chi non risponde, a chi considera il saluto una concessione feudale, a chi custodisce il buongiorno come un bene rifugio, viene da dire una cosa sola:

Non ti si chiede entusiasmo. Ti si chiede civiltà.

Ma anche no, grazie..

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