Ma anche no, grazie
Benvenuti in "Ma anche no, grazie", la rubrica che prende una parola o una frase del nostro linguaggio quotidiano, la mette sotto la lente del dizionario e poi la accompagna nel luogo dove davvero si sporca le scarpe: la vita vera. Perché le parole, sulla carta, sono quasi sempre innocenti. È quando escono di casa che cominciano a fare danni. E allora, puntata dopo puntata, proveremo a capire non solo che cosa significano, ma soprattutto che cosa vogliono dire davvero quando le usiamo noi: esseri umani educati, civili, sensibili, certo. Ma solo finché non ci disturbano, non ci contraddicono o non ci fanno aspettare una risposta per tre settimane.
Prego
Ci sono parole che nascono educate, stirate, ben pettinate, con l'aria di quelle che non alzano mai la voce, non interrompono, non sporcano, non creano problemi. Parole da salotto buono, da bomboniera lessicale, da umanità ben apparecchiata.
Vaffanculo!
Ci sono parole che nascono per abbellire la realtà.
"Grazie", "prego", "buongiorno", "permesso". Parole che mettono il centrino sulle relazioni umane, anche quando sotto il tavolo ci stiamo dando calci negli stinchi.


