Sono a disposizione a prendere ogni stimolo per qualche parola che va salvata

Vaffanculo!

28.03.2026

Ci sono parole che nascono per abbellire la realtà.
"Grazie", "prego", "buongiorno", "permesso". Parole che mettono il centrino sulle relazioni umane, anche quando sotto il tavolo ci stiamo dando calci negli stinchi. 

E poi c'è vaffanculo.

Che non mette nessun centrino. Non profuma. Non lucida. Non media.
Entra nella stanza, appoggia la verità sul tavolo e rompe pure il sottobicchiere.

Partiamo dal dizionario, che in questi casi è sempre un'esperienza divertente: vedere la lingua istituzionale infilarsi i guanti bianchi per maneggiare una parola che, per sua natura, i guanti li morde.

Secondo Treccani, vaffanculo è un'esclamazione volgare e offensiva rivolta a chi dà fastidio, annoia o comunque non si sopporta, perché smetta e se ne vada. Può anche essere manifestazione di forte dispetto e contrarietà. La stessa Treccani segnala inoltre le forme attenuate vaff, vaffa e fanculo. E, nell'Enciclopedia dell'Italiano, ricorda che le parole oscene possono funzionare non solo come insulti o imprecazioni, ma anche in chiave ludica o sarcastica, e che sono da sempre un ingrediente importante della letteratura comica.

Ed è qui che la faccenda si fa interessante.

Perché vaffanculo è certamente volgare, ma possiede una qualità che manca a moltissime parole educate: la sincerità.

Non finge.
Non si traveste.
Non ti arriva addosso con il tailleur della diplomazia e la scarpa lucida della convenienza.

Non dice: "Con tutto il rispetto, mi permetto di osservare che forse…"
No. Dice esattamente quello che è.

È una parola che non fa la hostess. Fa il buttafuori.

Per questo, paradossalmente, gode di una sua rozza nobiltà. Perché nel grande teatro dell'ipocrisia sociale, pieno di frasi zuccherate che nascondono rancori, giudizi, superiorità e veleni serviti su piattini di porcellana, il vaffanculo ha almeno il merito di presentarsi senza trucco.

È il cinghiale della lingua.
Non elegante, ma riconoscibile.

Pensiamoci bene: quante volte siamo stati trattati peggio da persone che non hanno mai detto una parolaccia?

C'è chi ti sorride con una cortesia da sala da tè e poi ti umilia in tre passaggi.
C'è chi dice "le farò sapere" e ti seppellisce vivo nel silenzio.
C'è chi ti fa "carissimo" e intanto ti scava la fossa con la paletta da aperitivo.

E poi c'è lui.
Vaffanculo.

Brutale, sì.
Ma almeno non ti manda in un labirinto interpretativo. Non ha sottotesti, sottintesi, allegati PDF, note in calce. È un monoscafo lanciato contro la scogliera del vivere civile.

Naturalmente non sto dicendo che sia una parola da usare sempre. Ci mancherebbe. Se tutti ci parlassimo solo a vaffanculi, nel giro di una settimana il Paese sarebbe un gigantesco pollaio isterico con il Wi-Fi.

Però bisogna riconoscergli una funzione. Anzi, più di una.

La prima è liberatoria.

Ci sono momenti in cui il vaffanculo non è insulto. È ventilazione dell'anima. È una finestra spalancata nella stanza chiusa dell'esasperazione. È il suono che fa la pazienza quando si rompe.

Prendi il traffico.
Tu sei fermo. Non ti muovi da nove minuti. Quello dietro suona, quello davanti guarda il telefono, quello di lato si inserisce in una fessura larga quanto un grissino. In quel momento il vaffanculo non è aggressività. È un atto respiratorio.

Oppure la stampante.

Le stampanti sono macchine costruite con una tecnologia avanzatissima: riescono a capire esattamente quando ti serve un documento e a incepparsi proprio lì, con una precisione da cecchino emotivo. Quando compare la scritta "errore sconosciuto", il vaffanculo non è turpiloquio. È traduzione simultanea del pensiero umano.

E poi c'è la burocrazia, che meriterebbe un capitolo a parte e forse anche una collana editoriale.

La burocrazia è il luogo in cui il vaffanculo smette di essere parola e diventa colonna sonora. Tu porti il modulo A. Ti chiedono il modulo B. Porti il modulo B. Ti chiedono l'A in triplice copia. Torni con tutto. Mancava una firma che nessuno ti aveva detto. A quel punto il vaffanculo non è più rivolto a una persona specifica. È una preghiera laica lanciata nell'universo.

La seconda funzione del vaffanculo è igienica.

Sì, igienica.

Perché ripulisce il discorso da tutta quella muffa relazionale fatta di mezze frasi, sorrisi finti, diplomazie tossiche e finzioni da condominio dell'anima. Non è raffinato, ma sanifica l'ambiguità. Dove arriva lui, le maschere cadono come tegole.

E infatti scandalizza tanto proprio per questo. Non perché sia peggiore di altre forme di violenza verbale, ma perché è troppo scoperto. Troppo onesto nella sua disonestà. Troppo visibile. È la parolaccia che non ti permette di far finta di niente.

La terza funzione, infine, è quasi poetica.

Perché il vaffanculo ha ritmo.
Ha suono.
Ha un'architettura interna poderosa. Parte con quel "va" da ordine immediato, accelera nel corpo centrale e atterra con un finale secco, definitivo, da saracinesca abbassata. Non è solo una parola: è una porta sbattuta con dentro una metrica.

E qui si capisce perché la comicità l'abbia frequentato tanto. Non per pigrizia, ma perché dentro quella volgarità c'è spesso una precisione chirurgica. In certi contesti, togliere il vaffanculo sarebbe come chiedere a una fanfara di esprimersi tossendo.

Attenzione, però. Anche lui, come tutte le parole potenti, rischia la svalutazione.

Se lo usi ogni tre minuti, perde forza. Diventa carta straccia emotiva. Una moneta inflazionata. Una tromba d'allarme che suona anche quando uno ha solo dimenticato il cucchiaino.

Il vaffanculo funziona quando arriva come uno schiaffo lessicale necessario, non quando fa il pendolare. Se diventa intercalare, si sgonfia. Se diventa abitudine, si addomestica. E addomesticare il vaffanculo è un po' come mettere il golfino a un lupo: tecnicamente possibile, ma concettualmente offensivo.

La verità è che questa parola ci mette a disagio perché ci somiglia più di quanto vorremmo ammettere. Noi ci raccontiamo come persone ragionevoli, composte, dialoganti, civilissime. Poi arriva la fila alla posta, l'assistenza clienti, il sito che crasha al momento del pagamento, il gruppo WhatsApp dei parenti, e dentro di noi si alza un coro antico, compatto, senza violini.

Non sempre va detto, certo.
Spesso va solo pensato.
A volte va respirato internamente come una tisana al plutonio.

Ma negare la sua esistenza sarebbe ipocrita. Il vaffanculo non è un incidente della lingua. È una sua valvola di sicurezza. Grezza, rumorosa, discutibile, ma terribilmente umana.

Quindi no, non lo eleggerò a modello educativo. Non lo metterei nei cartigli delle elementari né nei biglietti augurali di Natale. Ma gli riconosco una dote rara: mentre tante parole educate mentono con compostezza, lui almeno dice la verità scalzo.

E forse è proprio questo che gli perdoniamo.
Anzi, che non gli perdoniamo affatto, ma comprendiamo.

Perciò sì, è volgare. Sì, è offensivo. Sì, è da usare con cautela, perché le parole non sono innocue e questa arriva col martello. Però almeno non bara. Almeno non ti accarezza mentre ti pugnala con un sorriso.

E in un'epoca piena di frasi che si truccano da buone maniere per nascondere il nulla, l'abuso, la finta gentilezza e la superiorità confezionata, viene quasi da guardarlo con una forma di ruvida stima.

Perché sarà pure una parolaccia.
Ma almeno non fa la paraculata di fingersi poesia.

Volgare, sì. Ipocrita, molto meno.
Ma anche no, grazie.

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