Le farò sapere
Il silenzio vestito bene.
Ci sono frasi che non chiudono una conversazione. La imbalsamano. Una di queste è: le farò sapere.
Il verbo sapere riguarda la conoscenza, l'informazione, il rendere noto qualcosa. Dunque "far sapere" dovrebbe significare una promessa semplice: quando avrò una risposta, gliela comunicherò.
Nella pratica, spesso, significa soltanto: non voglio prendere posizione adesso, desidero mantenere la facciata impeccabile e gradirei che il tempo facesse il lavoro sporco al posto mio.
È una frase meravigliosa nella sua architettura. Ha il futuro, quindi sembra seria. Ha il "Le", quindi sembra rispettosa. Ha il sapere, quindi sembra promettere contenuto.

IÈ perfetta. Troppo perfetta. E infatti è sospetta.
Il suo regno naturale è il colloquio, il preventivo, la proposta, la candidatura, la richiesta lasciata in mani altrui. Tu hai spiegato, allegato, sperato, magari pure sorriso con moderazione, e dall'altra parte arriva lei:
"Le farò sapere."
Traduzione: adesso la lascio in una zona grigia dove potrà continuare a sperare senza che io debba assumermi la responsabilità di una risposta chiara.
Il suo talento più raffinato è questo: non dice no, ma non consegna alcun sì. Ti lascia in sospensione. È il parcheggio multipiano dell'aspettativa.
Nel lavoro è un classico.
"Abbiamo ricevuto il suo profilo. Le faremo sapere."
E tu lo sai già.
Loro lo sanno già.
Lo sa perfino il server che ha smistato la mail.
Però tutti continuano a fingere che il futuro abbia ancora qualcosa da
aggiungere.

Anche nella versione più giovane, "ti faccio sapere", la musica non cambia molto. Cambia l'abbigliamento, non la struttura. Ti lascia con il telefono in mano a guardare ogni vibrazione come un evento astronomico.
In un mondo ideale questa frase sarebbe perfino utile. A volte davvero bisogna valutare, verificare, decidere. Il problema non è la formula in sé. È l'abuso. Il suo uso come carta da regalo del silenzio.
Perché dire "non è possibile", "abbiamo scelto altro", "non sono interessato" richiede più coraggio. E il coraggio, linguisticamente, costa.
Molto più comodo promettere un sapere futuro e poi scomparire dentro il velluto della buona educazione.
Non basta promettere una risposta. Bisognerebbe poi avere il coraggio di darle.
Usarla come la usiamo? Ma anche no, grazie.
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